Sprout: la matita ecologica… da piantare!

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Può una matita trasformarsi in una pianta? Se si tratta di Sprout… sì!
Questa matita in legno di cedro, grafite e argilla vanta infatti una particolarità davvero speciale: al posto del classico gommino ha invece una capsula protettiva contente dei semi che, se piantati, danno vita ad una pianta di volta in volta diversa.

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Dopo l’uso infatti, quando la matita diventa troppo piccola per essere temperata e impugnata, anzichè buttarla, va inserita in un sprout-piantinavasetto con terriccio, avendo cura di coprire bene la capsula e lasciare visibile il moncherino di matita come se fosse un’etichetta riconoscitiva (su ogni matita infatti c’è scritto il tipo di piantina che nascerà) e nel giro di pochi giorni la matita darà vita ad una piantina e si vedranno i primi germogli. La parola Sprout significa proprio germoglio e la matita è disponibile in tantissime varietà diverse di semi. Sprout è totalmente ecologica: è realizzata con legno certificato, torba e semi biologici e, al fine di favorire la germinazione, ogni matita contiene un minimo di 4 semi a seconda del tipo di pianta; inoltre non contiene materiali tossici (piombo incluso), rilascia un buon odore e scrive in modo scorrevole.

 

Far nascere la propria piantina è semplicissimo: servono solo un buon terriccio, sole, acqua e tanto amore! Una volta inserita nel terreno la capsula idrosolubile e biodegradabile, a contatto con l’acqua, si scioglierà e i semi potranno germogliare nel giro di qualche giorno dando vita a fiori, verdura, piante aromatiche o erba, a seconda del tipo di pianta che avrete scelto.

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Il progetto, davvero innovativo e anti-spreco, è nato dall’idea di un gruppo di studenti del Mit (Massachusetts Institute of Technology), una delle più importanti Università di ricerca del mondo, allo scopo di recuperare e dare nuova vita alle matite, quando diventano troppo piccole per essere utilizzate ancora. Grazie alla piattaforma di crowdfunding Kickstarter il progetto ha potuto essere finanziato e concretizzarsi, vincendo anche il premio di “Miglior prodotto Eco-frendly” del 2013.
La matita Sprout è oggi disponibile alla vendita e acquistabile anche su ecomarket.bio.

Acquistabili singolarmente o disponibili nelle confezioni da 3 o da 8 pezzi, le matite Sprout sono perfette come idea per un regalo sostenibile, originale e green al 100%. Amatissime da chi ha il pollice verde e da chi apprezza i regali sfiziosi e originali, le matite sono vendute in confezioni con indicazioni precise su come piantare la matita e prendersene cura.

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Picnic a impatto zero

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Il picnic è solo all’apparenza un desueto rito di merenda sull’erba. Negli ultimi anni è tornato ad essere uno dei modi più conviviali per trascorre ore all’aria aperta in famiglia e con gli amici. E soprattutto con i bambini. La vera questione che si pone quando si sceglie di fare un déjeuner sur l’herbe è come salvaguardare l’ambiente naturale: piatti, posate, bicchieri di carta o plastica, sacchetti, contenitori usa e getta strabordano dal cestino del picnic e una volta consumato il cibo dove vanno a finire?

Piatti-biodegradabili

Anche se si è dei civili escursionisti o turisti in gita,  la quantità di rifiuti che si produce è sempre notevole. Per favorire uno smaltimento ad alto tasso di biodegradabilità, anche  il picnic può essere a impatto zero.

Il mercato offre stoviglie per apparecchiare una tavola altamente eco-compatibile: prodotti realizzati con fibre estratte dal bambù, dalla canna da zucchero, resistenti al calore e che poso essere utilizzati anche a casa per breve periodo nel forno microonde.

I piattini ed i bicchieri si degradano al 100% producendo compost, anidride carbonica ed acqua, così si smaltiscono con i rifiuti organici (l’umido). E questo è già il primo piccolo grande passo per abbandonare la plastica non riciclabile dei piatti e dei bicchieri tradizionali. Ovviamente in un picnic a impatto zero anche tovaglioli, carta da cucina e fazzoletti di carta sono frutto di riciclo e hanno possibilmente la certificazione FSC (Forest Stewardship Council) per il rispetto delle foreste: ciò significa materia prima proveniente da boschi gestiti nel rispetto degli standard ambientali, sociali ed economici.

Completa il quadro un menu a base di prodotti alimentari biologici.

120lit_1Finito il pranzo sull’erba, restano gli scarti e a questo punto scatta la fase della raccolta differenziata da fare rigorosamente con sacchetti in carta riciclata al 100% – conforme alle Norme UNI EN 13432, 13593 e alla normativa italiana – dove il rifiuto organico si degrada senza odori, liquami o rotture

In questo modo non solo lasceremo un prato pulito, ma avremo anche salvaguardato il suo stesso futuro. E il nostro.

 

 

 

 

Per fare energia pulita ci vuole un’arancia. E non solo.

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Gli scarti dei sottoprodotti dell’agricoltura potrebbero generare energia pulita: elettrica, termica, chimica (biometano) e nutrienti per il terreno. Le prove sono iniziate di recente in Sicilia, a Catania, dove è stato avviato il progetto “Energia dagli agrumi: un’opportunità per l’intera filiera” che vede l’utilizzo di un impianto pilota per verificare i pro e i contro della conversione di scarti agricoli a partire dagli agrumi.
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La produzione industriale di succo di agrumi, infatti, lascia un residuo umido, chiamato “pastazzo”, ed è circa il 60% del quantitativo trattato. Oggi solo in parte è usato come ammendante in agricoltura e il resto è gestito come un rifiuto e genera costi elevati: smaltire oltre 340 mila tonnellate di pastazzo prodotte mediamente ogni anno, costa alla filiera oltre 10 milioni di euro.

Il progetto pilota nasce con l’intento di dare risposte alle esigenze manifestate dai principali attori della filiera agrumicola riuniti all’interno del Distretto Agrumi di Sicilia. È stato avviato con l’apporto del Dipartimento di Agricoltura, Alimentazione e Ambiente (Di3A) dell’Università di Catania insieme con la Cooperativa Empedocle, che hanno individuato i processi industriali più adatti per il riutilizzo del “pastazzo”.

Ci si aspettano vantaggi economici, ambientali e in futuro occupazionali.

E la prospettiva non è solo superare il problema smaltimento del pastazzo e produrre energia pulita, ma anche nutrire bene il Pianeta: se gli scarti ritornano in agricoltura, si producono nutrienti per il terreno in cui vengono utilizzati, e da lì inizia il circolo virtuoso che porta benessere a tutto il globo terracqueo.

 

Onnivori, ma eco-consapevoli

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Circa dieci anni fa negli Stati Uniti d’America veniva dato alle stampe il saggio Il dilemma dell’onnivoro (in Italia uscito per Adelphi) di Michael Pollan, giornalista e scrittore, docente universitario di giornalismo all’Università di Berkeley e attivista, definito liberal foodie intellectual.

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La sua tesi può essere sintetizzata così: gli umani, in quanto al vertice della catena alimentare, sono onnivori e per questo più esposti alla manipolazione dell’industria agroalimentare. Per difendersi bisogna “diventate più consapevoli” rispetto al cibo che si mette nel piatto perché per salvare il Pianeta, occorre salvare prima noi stessi.

40ab1058f7b3ba9cc311e61c832fd87aAlla fine del 2014 la stessa filosofia ha trovato posto anche in Italia nel saggio L’econnivoro. Manuale di resistenza alimentare scritto da Massimo Andreuccioli e pubblicato da Castelvecchi/Ultra. L’autore sostiene che sono sempre di più le persone che, indipendentemente da ciò che mangiano – che siano vegetariani, crudisti, vegani o, appunto onnivori – s’informano.

E qui sta la differenza tra ieri e oggi. L’econnivoro è l’uomo del futuro: basa la dieta sul controllo di quantità – soprattutto rispetto alle proteine di origine animale e qualità preferendo le coltivazioni e gli allevamenti bio ed ecosostenibili.

Sono due esempi di una tendenza che si sta radicando un po’ in tutti i Paesi sviluppati e la ritroviamo dai padiglioni di Expo ai ristoranti di chef th-1stellati. «Serve ritrovare la consapevolezza del gesto, quindi guardiamo in faccia ciò che vogliamo mangiare, sia esso vegetale o animale perché il “carnefice” finale è il commensale», afferma Ciccio Sultano, chef a due stelle nel suo ristorante Duomo a Ibla, Ragusa. Consumare meno, consumare meglio. Un obiettivo dettato anche da rapporti internazionali sulla produzione e il consumo: la  FAO prevede che entro il 2050, per esempio, la produzione di carne e latte raddoppieranno, passando rispettivamente da 229 a 465 milioni di tonnellate e da 580 a 1053 milioni di tonnellate, un’impennata che, secondo un rapporto dell’associazione Friend  of the Earth, sarà da imputare ai Paesi emergenti ormai quasi in linea con i consumi del mondo occidentale. Lo stesso rapporto rileva come questo sia un rischio per l’ambiente per via soprattutto del consumo di acqua utile al ciclo produttivo in particolare di carni e latticini: per un chilo di bistecca di bovino sono necessari più di quindicimila litri d’acqua, circa cinquemila litri per un chilo di formaggio, mentre per un chilo di grano servono solo 1.300 litri e per un chilo di carote ne bastano 131. Ergo, la nostra salute e quella del Pianeta iniziano e finiscono nel piatto, sì, ma passando attraverso la consapevolezza.

 

Compost: un rapporto parla di eccellenza italiana

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È stata presentata a Expo la Carta di Milano, il documento che impegna cittadini, imprese e istituzioni ad assumere precise responsabilità per combattere la denutrizione, la malnutrizione e lo spreco.
 Accanto al tema dello spreco esiste anche il tema del recupero degli eventuali scarti alimentari. Attraverso una buona raccolta e un idoneo trattamento dell’umido si ottiene il compost, un fertilizzante naturale che, oltre a restituire sostanza organica ricca di nutrienti alla terra, gioca un ruolo fondamentale nel contenimento delle emissioni.
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Lo sa bene il CIC, Consorzio Italiano Compostatori, che ha scelto il 5 Giugno, Giornata Mondiale dell’Ambiente, per presentare i dati del settore e illustrare i vantaggi ambientali di questa buona pratica, nella cornice della Fattoria Globale 2.0, il Padiglione dell’Associazione Mondiale degli Agronomi.
I numeri del compost in Italia 
Nel corso dell’evento dal titolo Compost in Italia: dati e marchio di qualità sono stati quantificati i numeri del mercato del compost in Italia. Attraverso 240 impianti di compostaggio e 43 di digestione anaerobica operativi nel nostro Paese si ottengono1.033.500 tonnellate/anno di compost (dato Ispra 2013) di cui 266.300 t/a di Ammendante Compostato Verde e 767.200 t/a di Ammendante Compostato Misto. Nel primo caso, con il l’Ammendante Compostato Verde, questo materiale può essere utilizzato nel florovivaismo per sostituire le torbe d’importazione, nel secondo caso, l’Ammendante Compostato Misto, usato in agricoltura di pieno campo in sostituzione di concimi minerali, concimi organici e letami.

498a95cb7e1a1deaedafca518ab92200Nutriente per la terra

Come per tutti gli ammendanti, l’impiego del compost ha la funzione di migliorare la qualità del suolo, consentendo di conservarne nel lungo periodo la fertilità, il suo stato strutturale, la capacità di assorbire e rilasciare acqua e di trattenere gli elementi nutritivi in forma facilmente assimilabile da parte della pianta, promuovendo tutte le attività biologiche del suolo. Insomma, un’azione ecologica oltre che agronomica. L’utilizzo del compost, inoltre, permette di evitare l’impiego di altri prodotti, a volte importati dall’estero, con vantaggi anche in termini economici: si stima un minor costo complessivo per l’approvvigionamento di torbe e concimi minerali di circa 25-30 milioni di euro.

Contenimento delle emissioni

Nel corso dell’appuntamento ad Expo, il CIC ha poi messo in luce i vantaggi ambientali derivanti dalla raccolta dell’umido e dal compostaggio nel nostro Paese. «Al netto degli sprechi alimentari, che dovrebbero diminuire soprattutto nelle filiere alimentari, raccogliere l’umido e trasformarlo in compost permette di risparmiare9722373a70542231da3756ca044298ac 1.1 Mt di CO2 equivalente/anno rispetto all’invio in discarica», ha evidenziato Massimo Centemero, direttore del CIC. «Nell’ipotesi di un target europeo di un dimezzamento delle emissioni al 2030 si tradurrebbe per l’Italia una riduzione di 95 Mt CO2 eq in sedici anni a un ritmo di circa 6 Mt in meno ogni anno. Il contributo della raccolta e del trattamento dell’organico è quindi molto significativo (18%) in termini emissioni evitate».